La Storia dello Smalto a Fuoco
Lo smalto a fuoco è una pasta vitrea simile al vetro, ma con particolari caratteristiche che ne consentono l'applicazione, tramite una cottura ad alte temperature, tra i 700 e i 900 °C circa, su alcuni tipi di metallo con i quali crea un legame stabile e durevole nel tempo. Quest'arte si è sviluppata nel corso dei secoli assumendo le caratteristiche che oggi la contraddistinguono.
Storicamente si va a individuare nella civiltà egizia e mesopotamica la creazione di una sorta di "proto-smalto", sebbene sia erroneo dare loro il merito della vera e propria tecnica. Gli Egizi, infatti, dopo aver sviluppato nel quarto e terzo millennio a.C. tecniche di lavorazione legate al vetro e al mondo dell'oreficeria, pare si siano limitati a fondere a parte il vetro facendolo colare successivamente in alveoli metallici, mentre in altri casi le paste vitree venivano fissate sul posto da una pasta simile al cemento [Lopez-Ribalta e Pascual i Miró, 2010]. Grazie a questo innovativo processo la civiltà egizia diede vita a gioielli ove venivano alternate, tra lamine d'oro, pietre ed incrostazioni di paste vitree, ma finora non è stato dimostrato in modo convincente che vero smalto sia stato utilizzato per la prima volta nei gioielli egizi [James, 1972]. Esempi della straordinaria opera egizia sono riscontrati nei tesori dei faraoni tra cui quello di Tutankhamon, la cui maschera contiene intarsi di vetro colorato e pietre preziose, tra cui lapislazzuli, quarzo e ossidiana (1323 a.C.) [The Griffith Institute, 2021].
Il metodo egizio di applicazione del vetro tra listelli d'oro successivamente si è evoluto dando origine alla smaltatura per come la intendiamo oggi. Questo periodo di evoluzione va dal 1500 a.C. al 1200 a.C. Proprio al 1200 a.C. risalgono i più antichi oggetti smaltati trovati finora. In questi reperti la pasta vitrea è stata fusa direttamente sul metallo di base.
Nel 1952 vennero ritrovati dal Dr. G.R.H. Wright sei anelli d'oro cesellati con incastonate delle piastrine smaltate realizzate con la tecnica del tramezzo, cloisonné, in una tomba della civiltà micenea a Evreti, Kouklia, risalenti al 1200 a.C.
In queste lavorazioni pionieristiche la pasta di vetro non veniva incrostata, ma applicata nella sede e fusa direttamente sull'oro. Fondendo, lo smalto si distendeva in tutti gli spazi, ad eccezione di quelli più piccoli creatisi tra i cloisons, fissando fermamente le fascette d'oro nella loro posizione. Sono state osservate al microscopio delle aree dove granelli di smalto di colori diversi sono fusi insieme mantenendo dei bordi ben delineati. Questo fa supporre che non venisse ancora utilizzata vera e propria polvere di smalto: semmai, vi erano frammenti fino a 3 mm che una volta fusi intrappolavano tra di loro delle bolle d'aria, emerse in seguito alla levigatura e lucidatura [Maryon, 2012; Cyprus Museum et al., 1971].
Cloisonné fu la prima vera tecnica di smalto, poiché la presenza di tramezzi metallici posti nello smalto permetteva di smorzarne le tensioni e ne migliorava la tenuta. Ci volle del tempo, infatti, prima che fosse possibile realizzare smalti con ottimali coefficienti di espansione (COE).
A questi reperti fa seguito lo scettro regale ritrovato nella necropoli di Kourion, risalente alla civiltà micenea (XI secolo a.C.). Si tratta di un cloisonné policromo applicato a tutto tondo [Lopez-Ribalta e Pascual i Miró, 2010].
Risalgono a qualche secolo successivo i tesori di Nimrud ritrovati nel palazzo di Assurnasirpal II (883-859 a.C.) nel 1988-1989, che includono elaborati braccialetti d'oro decorati con cloisonné policromi di pietre semipreziose e con parti che potrebbero essere composte da vero smalto. Questi manufatti risalgono all'impero assiro [Curtis, Collon e Green, 1993].
Nel 1947 è stato ritrovato il tesoro di Ziwiye in Kurdistan, risalente al 700-600 a.C. Ad esso sono associati un diadema d'oro con petali smaltati e delle strisce d'oro cesellate raffiguranti animali che sembrano leoni con dei dettagli azzurri di un materiale simile allo smalto. Anche in questo caso l'identificazione non è scientificamente documentata e l'integrità di questo tesoro è sospetta [Moorey, 1999]. Sia il tesoro di Nimrud che quello di Ziwiye sono costituiti da elementi che si ipotizza siano smaltati, ma di cui ancora non si ha la certezza assoluta. Inoltre il tesoro di Ziwiye è stato soggetto a controversie relative all'attribuzione [1].
Nella Grecia classica la smaltatura divenne parte integrante dell'oreficeria dal 600 a.C. I navigatori e viaggiatori fenici favorirono la diffusione della smaltatura in tutto il Mediterraneo, e furono responsabili anche della diffusione della tecnica del vetro più in generale. Una testimonianza di questa diffusione è il collare di Gadir (VI-V secolo a.C.) [Lopez-Ribalta e Pascual i Miró, 2010]. Questa tecnica arrivò anche nell'oreficeria etrusca [Camps-Fabrer, 1994]. Ne è uno straordinario esempio l'orecchino d'oro smaltato risalente al VI secolo a.C. e conservato al Met Museum.
I Celti, il cui apogeo di espansione in Europa si fa risalire dal 350 a.C. al 250 a.C., furono i responsabili della diffusione dello smalto e di alcune tecniche di oreficeria in Occidente. L'attribuzione di questo merito ai Celti si basa su un testo del III secolo del greco Filostrato, residente a Roma, ove si parla delle loro capacità di fondere delle polveri colorate sui metalli. Tali polveri durante il raffreddamento divenivano dure assumendo colori intensi [Lopez-Ribalta e Pascual i Miró, 2010].
I Celti diffusero anche una nuova tecnica di incisione del metallo che diede il via allo sviluppo dello Champlevé, letteralmente campo levato [Lopez-Ribalta e Pascual i Miró, 2010]. Questa prevede la posa dello smalto in alveoli scavati nel metallo tramite lavorazione diretta o come prodotto di una fusione. Con questa tecnica, per certi versi simile al Cloisonné, potevano creare decorazioni molto resistenti per le loro armi e corazze.
La lavorazione del metallo tramite incisione e la tecnica della fusione vennero introdotte, insieme allo Champlevé, nell'Impero Romano, nell'Europa centrale e nel nord quando invasero questi territori [Lopez-Ribalta e Pascual i Miró, 2010]. I primi manufatti furono soprattutto realizzati con fusioni di bronzo smaltate con colori opachi, principalmente in rosso, blu, bianco e verde. Gli stessi elementi sono presenti in manufatti celtici e romano-britannici. Successivamente, grazie all'influenza bizantina, i lavori divennero più curati e complessi [Speel, 1998].
L'introduzione della smaltatura non ha un solo punto di origine, ma diversi, poiché in diversi luoghi del pianeta l'uomo sviluppa tecniche simili o identiche senza apparente relazione di contatto tra l'una e l'altra.
In Oriente la culla più antica dello smalto va a identificarsi con la Cina, dinastia Yuan, 1280-1368 [Speel, 1998]. Proprio grazie a quest'ultima, all'Egitto o all'influenza dei popoli mediterranei, lo smalto andò a diffondersi in tutto l'Impero Bizantino (395-1453 d.C.), dove raggiunse alti livelli tecnico-artistici [Lopez-Ribalta e Pascual i Miró, 2010].
La tecnica che subì i primi sostanziali miglioramenti fu il Cloisonné su oro. I più eccezionali e antichi esempi si possono trovare sia in Bisanzio che in Georgia, ove sono stati rinvenuti i resti più antichi, risalenti all'VIII secolo [Speel, 1998; Lopez-Ribalta e Pascual i Miró, 2010].
L'opera più nota dell'arte bizantina è la Pala d'Oro conservata nella basilica di San Marco a Venezia. La Pala d'Oro si costituisce di una montatura d'argento dorato di epoca successiva, in stile gotico, che va a incorniciare gli smalti bizantini. È composta da 137 pezzi smaltati: i più antichi risalgono al IX secolo, poi al X e all'inizio dell'XI secolo. È inoltre decorata da più di 1300 perle e pietre preziose [Speel, 1998].
Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente (476 d.C.) le tecniche di lavorazione dei metalli e di smaltatura vennero migliorate e tenute in vita nel vecchio continente grazie all'opera di uomini al servizio della Chiesa. Le tecniche di smaltatura medievali si adattarono ai nuovi tempi, alle tematiche e alle esigenze economiche. Siccome in Occidente scarseggiavano i metalli preziosi, si iniziò a sostituire l'oro con il rame, che successivamente veniva dorato [Lopez-Ribalta e Pascual i Miró, 2010]. Apparvero botteghe importanti che videro stabilizzarsi l'utilizzo della tecnica Champlevé.
A partire dal 1100 il centro di produzione più importante fu la città di Limoges, in Francia, ove si continuò a produrre oggetti smaltati durante tutto il Medioevo, in particolare pissidi, calici, urne e simili. Anche la penisola iberica seppe sviluppare con successo la smaltatura, ed egualmente fecero le scuole della Mosella e del Reno [Lopez-Ribalta e Pascual i Miró, 2010].
Successivamente nacque lo stile gotico e si diffuse l'idea che la luce fosse un tramite per raggiungere Dio. Per questo motivo si abbandonarono gli smalti scuri e opachi, tipici del periodo romanico, a favore di quelli trasparenti, precedentemente usati solo nelle opere bizantine e in piccole quantità [Speel, 1998; Lopez-Ribalta e Pascual i Miró, 2010].
Si svilupparono nuove tecniche di creazione del vetro, portando alla nascita di nuovi smalti. Si ampliò la gamma dei colori, gli smalti trasparenti si fecero più comuni e iniziarono a essere utilizzati su basi d'argento per esaltarne la bellezza. Venivano impiegati sui metalli preziosi soprattutto per opere religiose, date le condizioni economiche favorevoli di cui godeva la Chiesa.
L'artigiano del XIII-XIV secolo riesce a perfezionare l'incisione e ad apprendere l'arte del cesello che, combinata allo smalto trasparente, dà vita a una nuova tecnica, denominata Basse-taille, bassorilievo, punto di forza della scuola spagnola e senese. La creazione di questa tecnica si deve alla fusione di due diversi sviluppi tecnologici: il primo, essenzialmente francese, consiste nella lavorazione a rilievo della lastra metallica di supporto, e il secondo, bizantino, che impiega smalti trasparenti [Callori di Vignale e Santamaria, 2015]. Più precisamente, il più antico oggetto smaltato in Basse-taille risale al 1290, realizzato da Guccio di Mannaia [Speel, 1998].
Nel mentre, a Parigi grazie all'arte del cesello si creano opere eccezionali in Ronde-bosse, altorilievo, letteralmente smalto a tutto tondo [Lopez-Ribalta e Pascual i Miró, 2010]. Questa tecnica prevede l'applicazione dello smalto su oggetti tridimensionali, e ha avuto alcuni precedenti in orecchini etruschi ed ellenistici risalenti al 300 a.C. in cui l'oro era stato ricoperto da smalto bianco [Baynes, 1911].
C'era aria di cambiamento nel mondo della smaltatura: fino a quel momento lo smalto era subordinato all'oreficeria e lo smaltatore non esisteva come entità indipendente. Con l'arrivo del Rinascimento (1300-1600) lo smaltatore si fa autonomo e utilizza questa tecnica come procedimento pittorico a sé stante.
Si passa lentamente dagli smalti in basse-taille a smalti dipinti veri e propri, émail peint [Lopez-Ribalta e Pascual i Miró, 2010], dove gli smalti policromi vengono applicati su una lastra, senza partizioni, per andare a creare dei quadri figurativi.
Alcuni studiosi sostengono che le tecniche della Grisaille e degli smalti dipinti siano nate a Limoges, altri che siano state inizialmente sviluppate da artigiani fiamminghi per la corte borgognona intorno al 1425-1450, da smaltatori veneziani e artigiani dell'Italia settentrionale tra il 1450 e il 1500, mentre la supremazia delle botteghe di Limoges fu stabilita solamente all'inizio del XVI secolo [Speel, 1998; Tait, 2021].
A sostegno di questa datazione ci sono alcuni manufatti antecedenti a quelli limosini, come la "coppa delle scimmie" conservata al MET, realizzata dalla scuola olandese per la corte borgognona e datata al 1425-1450 [Speel, 1998; The Metropolitan Museum of Art, 2021]. Questi ultimi studiosi sostengono che a Limoges la grisaille fu introdotta intorno al 1530, data in cui comunemente viene fatta invece risalire la nascita di questa tecnica [Speel, 1998]. La maggior parte degli smaltatori, infatti, appoggia la paternità limosina della Grisaille e dell'émail peint.
La Grisaille veniva utilizzata per la realizzazione di smalti monocromi, i più classici in bianco su nero, ispirati alle incisioni. Alcuni studiosi sostengono che lo smalto bianco semitrasparente utilizzato nella grisaille, e particolarmente adatto alla creazione dell'incarnato e per aggiungere le luci al disegno, sia derivato da un vetro veneziano [Speel, 1998]. Altri sostengono che sia nato a Limoges, motivo per cui ha preso il nome di Bianco di Limoges.
Tra i grandi interpreti dell'émail peint ricordiamo Reymond, Léonard Limosin, de Court e Penicaud [Lopez-Ribalta e Pascual i Miró, 2010; Musée du Louvre, 2019]. Associato alla tecnica della Grisaille c'è anche il termine Camaieu, utilizzato dalla metà del XVIII secolo per indicare una Grisaille bianca su sfondo trasparente [Speel, 1998; Académie française, 1771].
Sebbene questo stile di smaltatura si distacchi molto dal passato, non si assiste alla fine degli smalti applicati ai gioielli. Viene invece sviluppata ulteriormente la tecnica del Plique-à-jour, letteralmente smalto a giorno, che prevede l'utilizzo di smalti trasparenti applicati su trafori che consentono di far passare la luce come se fosse una vetrata. Questa tecnica ha un precedente noto: la coppa di Mérode, che risale al 1400 ed è realizzata in argento dorato in Borgogna [Jackson e Jaffer, 2004].
A seguito del cambiamento delle mode e della diminuzione della clientela si verifica una seria decadenza a partire dal 1660, che portò sull'orlo della scomparsa la smaltatura [Lopez-Ribalta e Pascual i Miró, 2010]. Questa seppe sopravvivere grazie alla pittura su smalto, tecnica nata nel 1630 per mano di Jean I Toutin in Blois, perfetta per creare dei dipinti in miniatura molto particolareggiati. I primi lavori furono caratterizzati da una sorta di "puntinismo": tramite piccoli tocchi di pennello lo smaltatore andava a creare le sfumature all'interno del disegno. Questa tecnica consentiva di dipingere in maniera particolareggiata su superfici d'oro o più raramente di rame ricoperte preventivamente da uno smalto bianco, ispirandosi principalmente alle incisioni e acqueforti che circolavano in Europa in quel periodo2 Gli smalti utilizzati per creare queste opere si differenziarono dai precedenti per una maggior presenza di ossidi metallici, che garantirono colori vividi e lucenti anche se applicati in strati molto sottili.
La pittura su smalto venne successivamente perfezionata in Inghilterra e conobbe il suo massimo splendore nel XVIII secolo in Svizzera, a Ginevra, dove nel XIX secolo nacque la tecnica ginevrina. Si tratta di una tecnica derivata che prevede l'applicazione di uno smalto fondente al di sopra della miniatura, conferendole maggior resistenza all'usura. La tecnica ginevrina fu, infatti, pensata per le casse degli orologi, inevitabilmente soggette a numerosi colpi e a contatto con superfici spesso più dure che potevano graffiare lo smalto.
Un'altra ragione per la quale fu adottata la tecnica ginevrina è dovuta ai diversi punti di fusione che caratterizzavano i diversi smalti. Queste differenze costringevano gli smaltatori miniaturisti ad applicare prima i colori più duri e successivamente quelli più teneri, come i rossi e i rosa. Tuttavia alcuni smalti rimanevano meno lucidi di altri o non si fissavano adeguatamente, rendendoli anche più sensibili all'usura. Questi problemi furono risolti dagli smaltatori applicando uno strato di fondente protettivo [Hoyte Byrom, 2018].
Nell'ambito dell'orologeria ebbe ampio spazio anche la tecnica del Guilloché, che verrà largamente usata successivamente da Fabergé. Il guilloché prevede un'incisione su argento od oro creata da una macchina guillocher, che si pensa nata nel 1500-1600 e inizialmente usata su materiali morbidi come avorio e legno [Rowe, 2021]. Questa incisione ripetitiva viene ricoperta di colori trasparenti, che vanno a creare giochi di chiaro e scuro. Questa tecnica può dirsi una variante moderna dello smalto basse-taille; è stata chiamata in diversi modi nel corso del tempo, tra cui flinqué e arabescatura, ma è bene ricordare che il termine originario richiama la macchina guillocher.
Dal 1860 si sviluppò anche la smaltatura su ferro, a servizio della nascente industria e volta a creare oggetti di utilità, cartelli pubblicitari, pentole e simili, rapidamente decorati grazie all'utilizzo di serigrafia e decalcomanie [Lopez-Ribalta e Pascual i Miró, 2010].
Durante il XIX secolo diventò molto popolare lo smalto Plique-à-jour, utilizzato soprattutto nella produzione di gioielli. Tra i migliori smaltatori a farne uso dobbiamo ricordare René Lalique, che affiancò con maestria questa tecnica allo stile tipico dell'Art Nouveau, che si impose in Europa dal 1860 al 1910.
Sempre nell'Ottocento si diffusero i primi manuali tecnici e le ricerche mirate a migliorare le caratteristiche degli smalti, che portarono alla nascita degli smalti opalescenti, caratterizzati da trasparenze perlacee. Questi smalti vennero ampiamente usati nelle officine Fauré, dove venivano prodotti intorno agli anni Venti e Trenta un gran numero di vasi con smalto in rilievo, émail en relief. Questa tecnica, nata proprio nel 1920, prevede l'applicazione dello smalto a spessore, che può variare da pochi millimetri a diversi centimetri.
Dal XX secolo in Spagna viene data continuità agli smalti dipinti francesi, émail peint, del Cinquecento, ma con una personalità propria. Questo sviluppo avvenne grazie alla scuola di Barcellona e ad artisti come Miquel Soldevila. Le caratteristiche di questa scuola si vedono anche in smaltatori di fama internazionale come Francesc Vilasis, il fratello Andreu Vilasis, e Montserrat Mainar [Lopez-Ribalta e Pascual i Miró, 2010].
In Italia nello stesso periodo lo smalto ha subito l'influenza del design dando vita a opere di arredo dalle linee particolari esaltate dai colori vividi degli smalti. I maggiori esponenti di questo filone sono da individuare in Paolo De Poli (1905-1996), che collaborò con Gió Ponti (1891-1979), e nello Studio Del Campo, quattro artisti di Torino, mentre Laurana si è focalizzata sul mercato di ciotole ed orologi di grandi dimensioni, smaltati tipicamente con colori trasparenti.
Le origini dello Sgraffito, per come lo intendiamo oggi a livello stilistico, sono più imprecise, ma si suppone siano legate al XX secolo e alle figure di smaltatori italiani come Giuseppe Guidi, benché il concetto dietro a questa tecnica sia più antico e legato all'émail peint, alla grisaille e anche ad altri campi artistici [Speel, 1998]. Questa tecnica prevede di graffiare la superficie dello smalto ancora crudo per lasciare intravedere il metallo o lo smalto sottostante ed andare così a delimitare le figure e le campiture di colore con linee nette.
In Italia per indicare questa tecnica si usa anche il termine Taglio molle quando lo smalto viene applicato direttamente su rame con un certo spessore e, a volte, affiancato a un leggero Champlevé, come faceva Ettore Paganini. Lo Sgraffito oggi viene utilizzato con maestria in Russia, ove è stato migliorato, e ampiamente negli U.S.A., dove è stata sviluppata una versione più semplificata e moderna a partire dal 1950 [Speel, 1998].
Sempre negli Stati Uniti ebbe una notevole rilevanza nel campo della smaltatura la Tiffany & Co., azienda nata nel 1837. Uno dei più conosciuti esempi dell'opera degli artisti di Tiffany è la collana dei pavoni del 1903-1906, caratterizzata da un sapiente utilizzo di smalti e pietre su oro.
Mentre il vecchio continente vide in tutti questi secoli un evolversi e alternarsi delle tecniche, fino a farle coesistere senza dare a nessuna di esse una vera e propria egemonia permanente, la Cina e il Giappone furono dominati dalla tecnica del cloisonné. Questa tecnica si è evoluta in modi differenti all'interno dei due stati: in Giappone è detta Shippo, preferisce toni perlacei ed è caratterizzata da tramezzi più fini. Qui, a partire dal 1500-1600, si sono sviluppate molteplici varianti del Cloisonné, ognuna delle quali ha un nome specifico. Un esempio è la tecnica Moriage, dove lo smalto viene applicato in rilievo in alcune parti del disegno per dare un senso di tridimensionalità.
In Cina, invece, il Cloisonné riesce a garantirsi un mercato più ampio grazie alle industrie che tendono a preferire gli smalti opachi e un metodo di applicazione più rapido grazie all'utilizzo di pipette. Fa eccezione la città portuale di Canton, nel sud della Cina, ove è stata introdotta dagli Europei a partire dal Settecento la tecnica della pittura su smalto. Sebbene la pittura su smalto si diffuse successivamente a Pechino, resta Canton il centro nevralgico dove si vede la miglior produzione di oggetti per lo più tridimensionali in smalto dipinto. Questi due stati, pur avendo altre marginali tecniche come Champlevé e Plique-à-jour, sono stati resi famosi nel mondo dal Cloisonné.
Il plique-à-jour cinese e giapponese è realizzato con una tecnica differente da quelle occidentali. Si parte ancora una volta da un cloisonné, che successivamente viene spogliato dell'anima interna di rame mediante l'uso di acidi, per lasciare unicamente i fili e lo smalto in trasparenza. Mentre in Cina tutt'oggi si tende a vedere un plique-à-jour con fili di rame dorato, quello giapponese, Shōtai shippō, è caratterizzato da fili molto più sottili e di metalli preziosi, solitamente d'oro o d'argento. Per quanto straordinaria e di maggior effetto, questa versione del plique-à-jour è maggiormente fragile, soprattutto per il fatto che si tratta il più delle volte di soggetti tridimensionali, come vasi, ciotole o piccole sculture [Victoria and Albert Museum, 2021].
In Russia e in Iran lo smalto si è diffuso per certi versi in modo analogo: vi è stata l'egemonia di una tecnica principale, distinta da uno stile forte e deciso. Questo ha fatto sì che il Finift russo, pittura su smalto bianco, nel tempo si sia diffuso ovunque grazie soprattutto alle fabbriche dove tutt'oggi si effettua produzione in serie di oggetti smaltati.
In Persia, corrispondente all'attuale Iran, nell'era safavide nasce una tecnica di smaltatura utilizzata principalmente per la decorazione di piatti e vasi cesellati a mano, e conosciuta come minakari [Speel, 1998]. Fondamentalmente si tratta di una pittura su smalto bianco, ma oltre all'uso del pennello spesso si usa graffiare la superficie dello smalto crudo per creare alcuni tipi di decorazione come nello Sgraffito. Il nome deriva da mina, femminile della parola mino, cioè paradiso. Mina si riferisce all'azzurro del cielo ampiamente usato in questo tipo di lavorazioni.
La smaltatura dei metalli dalla Persia si diffuse in altri paesi, tra cui l'India, dove prende il nome di meenakari. Qui viene applicata principalmente su oro e quindi su gioielli, ed è affiancata anche all'uso di colori trasparenti e alla tecnica champlevé. Con un nome simile è chiamata l'arte georgiana del cloisonné: minankari. Queste tecniche sono tutt'oggi ampiamente usate nei loro paesi.
Attualmente, soprattutto grazie alla globalizzazione, è possibile lavorare ovunque con tutte le tecniche createsi nei secoli. Per alcune di esse, è però ancora necessario utilizzare prodotti tipici della zona di provenienza della tecnica, date le particolari caratteristiche che richiedono.
Anello rinvenuto nel 1952 dal Dr. Wright a Kouklia. L'anello, creato nel 1200 a.C. dalla civiltà micenea, è considerato il più antico esempio di smalto a fuoco, ed è realizzato secondo la tecnica del cloisonné.
Riferimenti
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Articolo di Hans Boeckh per il Patek Philippe Museum.